Savigno, storia e territorio

Il paese, Città del tartufo e dei sapori, è posto in una conca circondata nella parte alta da una cornice di territori che arrivano fino a 800 metri s.l.m. con terreni seminativi e pascoli, boschi, alberi da frutta, che hanno una buona influenza sul clima’ togliendo in parte l’umidità dai venti che scendono a valle. Le caratteristiche dei terreni sassosi, cretosi, ricchi di argille impermeabili e calanchivi, se da un lato hanno limitato una agricoltura estensiva e costretto i contadini ad un regime di vita spartano, dall’altra hanno mantenuto un paesaggio rurale quasi incontaminato. Oggi il territorio è in parte ancora ricoperto da un polmone di verde vegetazione con arbusti bassi (ginepri e ginestre), alberi quali querce, faggi e castagni, è in parte coltivato a grano, foraggi ed adibito a pascolo con un allevamento di bestiame foriero di carne, salumi e latte per i prodotti caseari. L’economia è ancora prevalentemente agricola ed i prodotti più commercializzati sono quelli di origine animale, oltre a ciliegie, vino e tutto quello che può arrivare dal bosco (in particolare il tartufo). La zona di Savigno era abitata già in età romana, come testimoniano vari toponimi riconducibili a fondi rom ani, come Merlano e Rodiano. L’origine del nome di Savigno viene ricollegata a un fundus Sabinius o Sabinianus,, appartenuto ad una gens Sabina; altri pensano derivi da Sabo o Sabio, uno dei nomi con cui veniva indicato Bacco, antichissima divinità campestre. Savigno un tempo era solo la sede commerciale del mercato, mentre la frazione di San Prospero era l’antica sede amministrativa del Comune e del castello, menzionato per la prima volta nel 1166; ancora oggi i vecchi abitanti del territorio chiamano San Prospero “Savigno di Sopra” e il paese “Savigno di Sotto”; questa distinzione è riportata anche in alcune carte geografiche conservate negli Archivi Vaticani. Nel 1352, passato dalla podesteria al vicariato sotto i Visconti, Savigno diventò la più vasta delle sette giurisdizioni, con oltre 70 comunità; confinava con la Toscana, Modena, il fiume Reno e la via Claudiola (l’attuale Bazzanese). Nel 1360 Giovanni Oleggio, nominatosi signore di Bologna, si rinchiuse nel castello reggendo l’assalto di Taddeo da Cuzzano che combatteva per Bernabò Visconti. È del 1366 la menzione delle chiese di San Martino, ubicata presso il castello nel luogo chiamato Villa di San Martino, e di Santo Stefano a poca distanza. Nel 1376 il di Savlgno venne ridotto a sole 15 comunità, dopo la riforma che portò all’istituzione di altri vicariati nella zona: Caprara, Panico, Serravalle, Monteveglio e San Lorenzo in Collina. Nel 1507 Antonio Bartolomeo Volta, nobile di Monteveglio, fu nominato da papa Leone X conte di Savigno, ma poco dopo perse la vita nell’assedio di Pistoia; sempre Leone X nel 1515 nominò Filippo di Cesare Castelli conte di Savigno, ma venne esautorato da Clemente VII nel 1532; nel 1554 Antonio Bartolomeo Volta ricevette il titolo che era stato di suo padre, ma in seguito gli venne revocato. Nel 1796 la Repubblica Cisalpina tolse il centro amministrativo a Savigno e lo aggregò al cantone di Samoggia con capoluogo Bazzano; dal 1803, con la riforma napoleonica, Savigno ereditò i territori di vari Comuni disciolti. Dopo la Prima guerra Mondiale, il paese ha iniziato a sviluppare le vie di comunicazione completando le strade per Bortolani e Montombraro, consolidando i ponti sul Samoggia (un tempo semplici passerelle in legno), introducendo l’illuminazione nel paese, sopraelevando le case e costruendo nel 1932 il Palazzo comunale. Questa costruzione, eretta su disegno di M. Ruffo nel 1932, è stata l’opera più importante per manodopera impiegata, per le dimensioni, per investimento economico; era una struttura all’avanguardia per la comunità di quel periodo, presentando quaranta ambienti destinati non solo all’esercizio amministrativo (uffici comunali, archivio, sala consiliare, appartamento del segretario e cantine con la centrale termica ed il deposito delle attrezzature comunali), ma anche per le attività socio-sanitarie e culturali del paese: le scuole, l’ambulatorio medico e la sala-teatro con stucchi e decorazioni. Dopo la Seconda guerra mondiale il paese è stato ricostruito ed ampliato con nuove strade e servizi, mantenendo nel tempo le sue tradizioni contadine e promuovendo la sua immagine turistica. Bortolani è la frazione posta su un ampio altopiano da cui si ha un panorama unico in quanto guardando a sud si può vedere il Monte Cimone e a nord Bologna, Modena e la pianura Padana. È sede del primo insediamento italiano privo di barriere architettoniche: il Villaggio senza barriere Pastor Angelicus, nato dall’iniziativa del sacerdote bolognese don Mario Campidori, destinato ad una convivenza solidale ed integrata fra persone disabili e sane.

(fonte: “Le valli del Samoggia e del Lavino nella Storia. Itinerari luoghi personaggi” Edito dalla Comunità Montana Unione dei Comuni Valle del Samoggia 2007)