L'Abbazia di Monteveglio-approfondimenti

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La pieve di Santa Maria di Monteveglio è nota nei documenti dal 973, ma pare posare sulle vestigia di un tempio romano, come risulta anche da numerosi resti marmorei riutilizzati in varie parti del complesso. È senza dubbio una delle chiese plebane più antiche del bolognese e riuscì a conservare una certa autonomia rispetto alla potentissima abbazia di Nonantola: da essa dipesero sin dai tempi più antichi molte delle chiese situate nelle valli del Samoggia e del Lavino. A partire dalla metà del XII secolo si insediarono nella pieve i Canonici Regolari di San Frediano di Lucca: alla loro venuta si deve l’edificazione della chiesa nelle attuali forme romaniche arcaiche, utilizzando il laterizio, materiale tipico delle costruzioni di pregio del territorio bolognese, secondo schemi architettonici derivati dal territorio toscano (in particolare l’arco della porta laterale mostra questa influenza, essendo molto simile a quelli della chiesa di San Frediano di Lucca). Dopo il 1456 (la pieve aveva conosciuto una fase di decadenza, coincidente con quella del castello) la chiesa ed il monastero furono affidati ai Canonici Lateranensi di San Giovanni in Monte di Bologna, a cui è da attribuirsi la costruzione o ricostruzione dei due chiostri, il più ampio dei quali conserva solo il lato meridionale (il resto fu abbattuto nella prima metà dell’Ottocento), ornato con capitelli romanici, recuperati probabilmente da un chiostro precedente, l’erezione di un campanile sovrapposto all’abside destra e la sopraelevazione della navata sinistra della chiesa. I canonici provvidero ad abbellire questi luoghi anche con nuovi arredi e decorazioni, fra le quali figura un pregevole dipinto di Lorenzo Costa raffigurante l’Assunta, ora conservato presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna. Nei secoli successivi il monastero acquistò una notevole prosperità economica, fino a possedere gran parte del territorio parrocchiale: le sue proprietà arrivarono a formare un corpo compatto di oltre venti possessioni, area in parte coincidente con l’attuale zona protetta. Il complesso era già in decadenza quando, nel 1796, il regime napoleonico decretò la soppressione delle proprietà ecclesiastiche e determinò la fine di tanti secoli di splendore. La chiesa superiore è a tre navate, separate da due file di colonne ad archi ogivali, di ispirazione araba. Nella navata di destra vi è una lapide di marmo dedicata alla contessa Matilde di Canossa e in quella di sinistra un bellissimo antico crocifisso di legno scolpito e dipinto. Nelle pareti delle navate laterali sono ricavati due reliquiari, chiusi da sportelli di legno scolpito. In quello di sinistra è conservata la riproduzione della Madonna di San Luca, che viene portata a valle nell’oratorio dell’asilo, negli stessi giorni nei quali l’immagine originale scende dal Colle della Guardia a Bologna. Sulle due colonne di testa delle navate vi sono i capitelli portanti un’incisione che ricorda l’antica presenza dei Canonici regolari lateranensi. Nella navata centrale c’è infine una pietra tombale, con un’incisione seicentesca che ancora ricorda i canonici regolari. La pietra tombale chiude l’accesso all’antico cimitero dei canonici, posto sotto il piano della chiesa. Dalla navata centrale, una scala barocca adduce al presbiterio, posto sopra la cripta, anch’esso illuminato da finestrine chiuse da lastre di alabastro. Al centro del presbiterio a tre absidi c’è l’altare di marmo rosso di Verona, poggiato su cinque colonne, e ai lati il coro rinascimentale, con scanni intagliati in noce. A destra vi è un organo settecentesco e nella parete di sinistra la lapide seicentesca che ricorda l’episodio dei Lanzichenecchi. Sull’abside di sinistra, sorge il campanile quattrocentesco. Tutta la chiesa, prettamente romanica, ha struttura in cotto e non è ornata da dipinti, ad eccezione di alcuni affreschi cinquecenteschi nella cripta, rappresentanti tre santi e un angelo. Nelle volte e nelle calotte absidali vi sono lievi pitture del Quattrocento e del Cinquecento, ancora di spiccato sapore medioevale. Anche nel presbiterio vi è una decorazione a fasce rosse con motivi ornamentali in nero, in parte originale del XIII secolo e in parte rifatta al tempo degli ultimi restauri. Sia dalla cripta che dal presbiterio si accede alla sagrestia, posta nel corpo dell’antico convento. In tale locale vi è uno splendido e grandioso armadio datato 1487, intarsiato con figure rappresentanti fontane, chiese, castelli, fiori e un cuore stillante su un calice. Nella sagrestia vi è inoltre un magnifico leggio quattrocentesco in legno intagliato, con gli stemmi dell’abbazia e del castello di Monteveglio, che sostiene due grandi e antichi libri d’ore. Vi è infine nello stesso locale un bellissimo orologio a colonne, dai vivaci colori. Di grande interesse è la cripta, sottostante il presbiterio. Si tratta della parte più antica e pregevole del complesso, risalente al X secolo. Divisa in quattro navate a cui corrispondono tre absidi, è rivolta verso est; la suddivisione è ottenuta con tre file di colonne con arcate. Alcuni dei capitelli sono di epoca precedente alla costruzione della chiesa. La mensa dell’altare centrale è ricavata da una lapide marmorea romana. Nella navata di destra vi è l’antichissimo fonte battesimale in pietra che risale all’epoca longobarda. Il portale dell’abbazia, volto a sud, è posto vicino a un’altra porta ad arco acuto, che conduce al sotterraneo fortificato. Presso i due portali vi sono resti di antiche mura difensive: con tali opere di difesa, in tempi lontani, furono protetti gli ingressi all’abbazia e alla chiesa da incursioni e saccheggi. Dal portale dell’abbazia, si accede al bellissimo chiostro quattrocentesco con loggiato superiore, ornato di due pozzi in mattoni, con archi in ferro battuto. Sotto il porticato inferiore, antiche lapidi dipinte ricordano la storia del monastero. Il chiostro è costituito da sei archi nei lati nord-sud e sette nei lati est-ovest. Il portico si ripete uguale nel loggiato superiore, sul cui piano si trovano le celle occupate dai canonici fino alla fine del Settecento. Tutti i capitelli delle colonne sono uguali fra loro. Addossato al lato nord dell’abbazia vi è l’unico portico rimasto del chiostro romanico, costituito da otto arcate ancora intatte, che si ripetono nel loggiato superiore. Tale chiostro fece parte della struttura primitiva del convento, ed in esso i montevegliesi fecero, nel 1198, atto di sottomissione a Bologna. Disgraziatamente, nella prima metà dell’Ottocento, tre dei quattro lati dello splendido chiostro furono abbattuti, ed il materiale andò disperso. Rimangono della primitiva struttura soltanto i capitelli, di foggia diversa uno dall’altro. Al centro dell’area claustrale vi è un pozzo settecentesco in mattoni, con caratteristico tettuccio. Al piano superiore, oltre al loggiato, vi sono le celle dei canonici, restaurate con soffitti di legno a tasselli, di stile bolognese quattrocentesco. Nell’angolo nord-occidentale dell’abbazia vi sono due caratteristiche bifore quattrocentesche, ma ancora di spiccato stile romanico, che costituivano il belvedere del loggiato interno. Le finestre, con colonne di marmo e bifore consentono la visione delle colline occidentali. Tutto il complesso venne riportato alle (presunte) forme originarie dai lavori effettuati tra il 1924 e il 1930 sotto la guida di Giuseppe Rivani, che eliminarono le aggiunte barocche.

 

(fonte: “Le valli del Samoggia e del Lavino nella Storia. Itinerari luoghi personaggi” Edito dalla Comunità Montana Unione dei Comuni Valle del Samoggia 2007)

 

foto di Gabriele Baldazzi