Il mulino di Zappolino

Sorto sul luogo di un analogo impianto di epoca romana, come attestano numerosi rinvenimenti di materiale laterizio, ha perduto fin dal 1920 il suo canale e tutte le sue attrezzature interne. Ma la sua architettura conserva traccia di almeno tre fasi evolutive. L’estremità settentrionale corrisponde al mulino del secolo XIV, il corpo centrale del secolo seguente presenta il pregevole portico a due arcate diverse (a sesto acuto e sesto ribassato). I secoli XVIII e XIX hanno invece lasciato traccia nel fienile a colonne, oggi tamponato e nella estremità meridionale con portichetto in legno, già abitazione del mugnaio. Quest’ultima porzione di fabbricato ha preso il posto di una torretta colombaria, la cui presenza era segnalata nel 1711 e di cui resta qualche traccia. Nel Medioevo la località era chiamata “Almaro” e l’impianto costituiva il mulino comunale di Zappolino, appartenente per quote ai suoi capi-famiglia e ricordato nel 1451. Tra i proprietari si ricordano Gerardino di Busso, Giacomo Menghini e soprattutto il maestro Fachino bergamasco, che aveva acquistato una quota nel 1464 e nel 1493 risultava proprietario di una metà dell’immobile. Nel 1634 una parte dell’edificio apparteneva a Michele Bertoni, ma nel 1646 la proprietà era passata interamente ai conti Gessi, che la mantennero fino al secolo XIX, quando il mulino passò alla famiglia Franceschi (1863). La presa d’acqua dal torrente Samoggia era piazzata nelle golene del podere Orto e raggiungeva l’impianto di molitura con un percorso di ben 750 metri.

 

(fonte: “Le valli del Samoggia e del Lavino nella Storia. Itinerari luoghi personaggi” Edito dalla Comunità Montana Unione dei Comuni Valle del Samoggia 2007)