Chiesa di S. Stefano - Bazzano

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Il complesso della rocca di Bazzano comprende anche la chiesa di Santo Stefano, sede arrocchiale, che custodisce al suo interno importanti opere pittoriche. Viene menzionata per la prima volta nel 1019. Nel 1397 la chiesa fu staccata da Bonifacio IX dalla diocesi modenese, per essere unita a quella di Bologna e fu aggregata alla pieve di Sant’Andrea in Corneliano (Montebudello). La chiesa parrocchiale di Santo Stefano venne poi costituita in pieve nel 1537 dal vescovo bolognese Gabriele Paleotti con le parrocchie dipendenti di Crespellano, Pragatto, Oliveto, Monte Maggiore e Montebudello, la quale ultima smise di essere plebana. In origine la chiesa aveva un’unica navata lunga 48 piedi e larga 24, quattro altari laterali ed inoltre un orientamento opposto a quello attuale, con l’abside dove si trova oggi l’entrata. Questa disposizione cambiò tra il XVI e il XVII secolo durante la ristrutturazione generale che riguardò la rocca. La cappella Maggiore eretta tra il 1782 e il 1783 ad opera del l’architetto Tadolini è di ordine corinzio e si innalza sopra quattro colonne. Sull’altare è posto Il martirio di Santo Stefano di Simone Cantarini, detto “il Pesarese” o anche “il Cenerino” (1612-1648). Il Cantarini giunse a Bazzano insieme a Guido Reni nel 1637, ospite dei Biancani presso Villa Giulia. Qui cominciò a lavorare al martirio, con la piccola collaborazione di Guido Reni che, secondo alcuni, tracciò il volto del santo. Egli appare nel momento in cui gli si aprono le porte del cielo e un putto scende in volo squarciando le nubi, per porgergli una corona e la palma del martirio. La figura dell’angioletto che discende dall’alto esprime in maniera sublime l’idea del movimento nell’agitazione e il disordine delle gambe e del corpo, tutte proiettate verso il santo. Sullo sfondo, quasi in sordina, si staglia l’antico castello di Bazzano. Sul fondo del quadro il pittore pose anche il nome del committente, Marco Biancani, che fu cancellato da una scheggia di bomba nel 1945. Nel 1770 si avviò un’opera di rinnovamento e abbellimento della chiesa, che fu nei secoli depauperata e danneggiata. Nel 1776 don Argante Maria Negretti comprò la tela raffigurante la SS. Trinità coi santi apostoli Pietro e Paolo dipinta da Gaetano Gandolfi. Nella navata di destra si trova la cappella del Rosario con una Madonna con il Bambino dipinta da Luigi Grossi e intorno i quindici misteri del Rosario. Suggestiva è anche la cappella dove si può ammirare il Transito di San Giuseppe di Antonio Crespi. Fu l’arciprete Zamboni a volere ampliare la chiesa nel 1894 aggiungendo la navata di ponente, in cui si ricavarono due cappelle, tra cui appunto quella del Transito di San Giuseppe. La terza navata fu poi costruita per volontà di monsignor Romagnoli nel 1925. La facciata di stile neoromanico è di A. Pastile. Tali trasformazioni furono però esse stesse modificate dopo il bombardamento aereo del 1945, che distrusse gran parte della chiesa e della canonica. Il campanile fu costruito per volontà dell’arciprete Cilli tra il 1721 e il 1728 con un’altezza di 73 piedi bolognesi. All’interno della chiesa si trova anche una pregevole Via Crucis, dipinta da otto famosi pittori del XVIII secolo. Fra tutte spiccano la I, la VI e la VII Stazione, opera di Gaetano Gandolfi, le Stazioni VIII, la XII e la XIV, dipinte da Jacopo Calvi. A queste si aggiungono le tele di Pietro Fancelli, Francesco Capuri, Francesco Giusti, Luigi Ruvadini, Filippo Pedrini ed Ercole Petroni.

 

(fonte: “Le valli del Samoggia e del Lavino nella Storia. Itinerari luoghi personaggi” Edito dalla Comunità Montana Unione dei Comuni Valle del Samoggia 2007)

(foto di Gabriele Baldazzi)